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TESTO E CONTESTO
Analisi de La Ricotta di Pier Paolo Pasolini
Ciò che vado a proporre intende fare chiarezza nella definizione
dell'adeguatezza al contesto, in quanto l'autore gioca costantemente
sul rapporto tra quest'ultimo e il "testo" (dove con questa
espressione è da intendersi il prodotto - verbale, scritto,
iconico, ecc
- veicolato da un qualsiasi strumento di comunicazione
o di espressione artistica), variandone sapientemente i termini,
creando costanti cortocircuiti ai fini delle proprie esigenze espressive.
E proprio la scarsa duttilità degli spettatori a "leggere"
correttamente il contesto, che instaura con il testo un rapporto
solo apparentemente ambiguo, provocò all'epoca interpretazioni
distorte e fuorvianti, che costarono all'autore la censura e addirittura
un processo per "vilipendio alla religione cattolica".
Da sottolineare, in aggiunta e per avvalorare ulteriormente la scelta,
il fatto che quanto qui identificato con la parola "testo"
riguarda contemporaneamente: cinema, pittura, musica e letteratura.
L'opera a cui sto facendo riferimento è LA RICOTTA, un mediometraggio
di Pier Paolo Pasolini datato 1963 ed inserito all'interno del film
ad episodi Rogopag - Laviamoci il cervello.
La pellicola di Pasolini descrive alcune fasi della lavorazione
di un film sulla passione di Cristo: ci troviamo dunque in ambito
metacinematografico: un film in cui si parla di un film.
Prima però di addentrarci nell'analisi degli elementi e dei
motivi inerenti ai nostri fini, è necessario avere ben presenti due opere pittoriche del manierismo fiorentino, l'analisi
delle quali si rivela imprescindibile, in sede preliminare, per
la conduzione dei successivi rilievi riguardanti La Ricotta.
Pontormo, Deposizione, 1525 - Firenze, Santa Felicita
Rosso Fiorentino, Deposizione, 1521 - Volterra, Pinacoteca
Civica
Condurremo
l'analisi incentrando l'attenzione esclusivamente sulle analogie
che collegano i due dipinti.
Innanzitutto, la raffigurazione: si tratta di due Deposizioni, ovvero
il momento drammaticamente conclusivo del sacrificio di Cristo,
capace di racchiudere in sé tutte le fasi della missione
redentrice sulla Terra. Sia Pontormo che Rosso optano per una singolare
e, nello stesso tempo, innovativa idea compositiva: se nel primo
caso sussiste l'impossibilità di decifrare esattamente la
tipologia di rappresentazione (è una Deposizione o una Pietà?),
il secondo azzarda la raffigurazione di un episodio assolutamente
inedito, non rintracciabile nei Vangeli (il concitato istante in
cui il corpo del Cristo sta scivolando dalle braccia di coloro che
sono incaricati di toglierlo dalla croce). Analoghe considerazioni
possono essere condotte in merito all'articolazione formale delle
figure. In entrambi i casi prevale la complessità, l'innovazione,
la singolarità. In Pontormo ciò si esplica attraverso
un movimento ascensionale, attraverso un "nodo inesplicabile"
(Venturi, Storia dell'arte italiana, Milano, 1932) di figure
leggerissime, senza peso (l'ordinamento dei piani fa perno e si
eleva poggiando unicamente sul giovane posto in basso), di innaturale
sfondo (che rimane indefinito, fatta eccezione per l'unica nuvola
grigia); quanto agli elementi compositivi del dipinto di Rosso,
l'articolazione lineare è altrettanto complessa, facendo
leva non sulla "leggerezza" ma su una "rete dalle
maglie saldamente agganciate" (Kusenberg, Le Rosso,
Paris, 1931). Ciardi al proposito ha parlato (in Il Rosso Fiorentino.
Realtà e Visione, Volterra 1987) di "modulo angolare:
una serie di angoli diedri impiegati in una vastissima scalatura
dimensionale, che scandagliano lo spazio in ogni dimensione".
In entrambi i dipinti si rileva una meticolosa attenzione per gli
abbigliamenti dei personaggi (specialmente la Maddalena nel quadro
di Rosso) e soprattutto le loro positure, che individuano linee
orizzontali e verticali in cui suddividere la raffigurazione.
Ma è sulla intensa drammaticità dell'evento e sulla
partecipazione spirituale che esso implica che i due autori concentrano
la propria attenzione. Sarebbe sufficiente rilevare in proposito
le espressioni angosciate, gli atteggiamenti densi di pathos dei
protagonisti (la Vergine, Maria Maddalena, il giovane in primo piano
nel dipinto di Pontormo costituiscono un esempio lampante in questo
senso). Sarebbe altrettanto esaustivo sottolineare le sapienti gamme
coloristiche impiegate, caratterizzate in entrambi i casi dai cangiantismi
generati da una luce violentissima. Ma, nel rilevare l'intensa forza
emotiva, la forte, violenta partecipazione spirituale che emerge
dai due dipinti, entrambi gli autori scelgono di procedere oltre,
mettendo in gioco se stessi in prima persona. Nel dipinto di Pontormo,
l'uomo con il copricapo verde, quasi impercettibile sullo sfondo,
è lo stesso artista. Con lo sguardo fisso verso l'esterno
della tavola, come se stesse per uscire dallo spazio pittorico,
egli mette in gioco se stesso, per segnalare evidentemente la propria,
fortissima partecipazione emotiva.
Nell'altro dipinto, il giovane dai capelli rossi in primo piano,
che per la disperazione nasconde il viso tra le mani, è stato
definito da Ciardi un "autoritratto negato" dell'artista:
anche in questo caso il pittore ha optato per un personale coinvolgimento
nell'evento raffigurato, al fine di sottolineare la propria intensa
partecipazione emotiva.
Il pittore all'interno della propria tavola: due operazioni metalinguistiche,
dunque. Come metalinguistica è la scelta operata da Pasolini
ne La Ricotta.
Ci aspetteremmo che l'intensa, profonda partecipazione emotiva e
la violenta drammaticità dell'evento che animano i due dipinti
siano rintracciabili anche accostandosi ai tableaux vivants - smaccate citazioni delle due opere pittoriche - de La Ricotta in cui, come detto, seguiamo la lavorazione di un film sulla passione
di Cristo: in particolare, ci vengono mostrate le due scene corrispondenti
alle opere di Pontormo e di Rosso.
Analizzate
in se stesse, tali sequenze sono connotate in maniera evidente da
un profilo "alto", di intensa partecipazione verso l'evento
descritto:
- vengono citate le due tavole che, come abbiamo detto, implicano
una adesione emotiva-spirituale
- l'attrice che interpreta Maria recita un brano della lauda di
Jacopone da Todi Donna de Paradiso,particolarmente
apprezzabile proprio per la commozione essenziale, l'austera delicatezza,
l'affettuosa trepidazione. In pratica, si possono senza dubbio riportare
anche per questo testo le considerazioni circa la partecipazione
ed adesione emotiva già riscontrate nelle opere pittoriche.
Riportiamo il brano citato:
Figlio,
l'alma t'è scita
figlio de la smarrita,
figlio de la sparita,
figlio, attossecato!
Figlio
bianco e vermiglio,
figlio senza somiglio,
figlio, a chi m'apiglio?
Figlio, pur m'hai lassato!
- in
sottofondo, viene proposto un brano di Scarlatti che contribuisce
ad incrementare il clima drammatico, ad elevatissimo coefficiente
emotivo, spirituale.
Viceversa, assistiamo ad un radicale ribaltamento di segno, grazie
alla definizione del contesto in cui tali elementi vengono a collocarsi:
"la cameratesca sguaiataggine e bruta incoscienza di attori
e comparse - cito alcune affermazioni della difesa di Pasolini
estrapolate dagli atti del processo - fanno contrasto con la
santità del tema".
Durante la lavorazione, mentre sono intenti ad assumere le corrette
posizioni per "ricreare" i due dipinti, gli attori si
abbandonano a scurrilità e battutacce, da cui emerge la loro
assoluta estraneità (neppure ostilità, dunque) rispetto
a quanto rappresentato, sottolineata dai commenti del regista all'altoparlante,
fuori campo.
Bastino alcuni esempi:
- l'attore che interpreta San Giovanni, rivolgendosi ad un altro
attore: "Stà zitto, che te scomunico, sà!"
(seguono risate generali)
- il regista, posizionati correttamente tutti gli attori, esorta
(la voce è dello stesso Pasolini, e questo non è elemento
marginale, ai fini del nostro discorso: si tratta di una presenza
significativa, al pari degli autoritratti operati dai pittori):
"Forza, sbrigatevi! Siamo pronti! Il disco!". A
questo punto parte una canzonetta, tra le risate di tutti gli attori.
E il regista: "No! No! Non quello! Siete peggio di quelli
che giocavano a dadi ai piedi della croce, voi!". Mentre
pronuncia queste parole, si attacca un'altra musichetta. Ed egli
ancora, in tono sempre più esasperato: "Ah! Pubblicani!
Blasfemi! Il disco, il disco! Scarlatti!".
-
altri commenti del regista (di cui, ricordiamo, si ode la voce fuori
campo, da un altoparlante), mentre si inquadra il tableaux vivants,
sembrano molto indicativi in proposito. Rivolgendosi ad un'attrice:
"Ma no! Ma no! Valentina, basta con quel birignao! Non siamo
mica alla Comedie Francaise!". E ad un'altra: "Sonia!
Ricordati che sei ai piedi di Cristo! Non pensare al tuo cagnolino!"
(entrambe reagiscono con un gesto di stizza). E infine, ad un attore:
"Amorosi, la smetta di scaccolarsi! Si metta in posizione!".
- ad un certo punto un attore fa uno sberleffo, provocando le risate
generali. "Maledetti! Adesso ci tocca pure ricominciare
tutto da capo!" è il commento dall'altoparlante.
Anche in alcune sequenze riguardanti il set compaiono elementi e
situazioni di livello "basso", che contrastano nettamente
con quello "alto":
- una donna in abiti da "santa" inscena uno spogliarello,
tra le battutacce degli osservatori
- il film inizia con alcune persone (taluni in abiti di scena) che
ballano al ritmo di una canzonetta, proprio di fronte al tavolo
dell'ultima cena.
"Vilipendio alla religione?". Da quanto finora esposto,
sembrerebbe di sì, con l'accostamento di un modello "basso"
ad uno "alto", con l'intento di ridurlo e di svilirlo.
La sentenza del processo che portò alla condanna di Pasolini
parla chiaro: pur dando atto a Pasolini di aver creato scene sacre
di assoluta bellezza, la corte ritenne di rinvenire la prova della
"volontà di vilipendere nella rappresentazione che l'autore
offre del comportamento triviale del regista, degli attori e delle
comparse durante la descritta ripresa della Passione". Pasolini
insomma avrebbe "artificiosamente creato quell'atmosfera di
religiosità pura per meglio sfogarvi la propria derisione".
Questa fu la "lettura" che anche la critica nel complesso
fornì all'epoca (1963), proprio per l'incapacità di
analizzare adeguatamente il contesto, mettendolo in corretta relazione
con il testo.
Se infatti allarghiamo ulteriormente il nostro punto di vista, ampliando
il contesto (un po' come se nel gioco delle scatole cinesi procedessimo
in senso inverso, considerando di volta in volta la scatola più
grande, che racchiude la precedente), ci accorgiamo che le motivazioni
addotte per la censura del film vengono drasticamente azzerate.
E' anzi assai significativo - e, ai fini del nostro discorso, determinante
- osservare come i successivi passaggi nella considerazione del
contesto implicano altrettante inversioni di segno e di significato.
Riprendiamo le fila del discorso intrapreso fino a qui qui:
- Primo livello di lettura: i tableaux vivants in
sé considerati citano opere pittoriche di intensa partecipazione
emotiva e spirituale, a cui contribuiscono in maniera determinante
il brano di Jacopone da Todi e le musiche di Scarlatti.
- Secondo livello di lettura: l'atteggiamento degli attori,
svelando cosa accade "dietro le quinte", implica un abbassamento
di toni, che conduce ad intravedere un atteggiamento derisorio nei
confronti di quel clima spirituale "alto"
- Terzo livello di lettura: la sguaiataggine degli attori
si rivela funzionale all'emergere della figura del protagonista,
Stracci. A questa considerazione si giunge necessariamente osservando
il contesto globale, cioè lo sviluppo della vicenda che è
appunto incentrata su Stracci e racchiusa da due considerazioni.
Una iniziale, affidata allo stesso personaggio:
"C'è chi nasce co' 'na vocazione e chi co' 'nartra:
io so' nato co' 'a vocazione de morimme de fame"
e una finale, pronunciata dal regista:
"Povero Stracci
Crepare: non aveva altro modo per
ricordarci che anche lui era vivo".
"Il santo è Stracci", chioserà Pasolini
all'interno di una coeva opera poetica: in effetti si tratta dell'unico
personaggio che emerge, differenziandosi con forza dal resto grazie
al suo buon cuore e alle sue virtù: è tanto altruista
da cedere il proprio cestino alla affamata famiglia; è tanto
generoso da perdonare il cagnolino della attrice miliardaria che
gli ha mangiato il pranzo; è tanto timorato da segnarsi dinanzi
alle immagini sacre. E' insomma l'unico degno di accostarsi con
questa sua ingenua e primitiva umanità all'oggetto del film
in lavorazione.
Lo spirito di bassa lega e la trivialità degli attori impegnati
nel tableaux vivants si inscrivono dunque all'interno della vicenda
di Stracci proprio per essere disapprovati: la morte del protagonista
riduce tutti al silenzio e costituisce un momento di cristiano accostamento
dell'umano al divino: è a questo punto che le scene sacre
realizzate in precedenza manifestano tutta la propria carica spirituale
e al propria ragione d'essere.
In conclusione, è grazie all'analisi sempre più approfondita
e sempre più allargata del contesto che si ottiene la corretta
chiave interpretativa delle citazioni di Pontormo e Rosso Fiorentino
all'interno de La Ricotta.
Il
testo appena analizzato suggerisce, a margine, una breve riflessione
relativa all'immagine filmica come grado alto di significazione
semantica. Il cinema infatti, non limitandosi a riprodurre meccanicamente
e in maniera più o meno verisimile il reale, deve anche e
soprattutto interpretarlo,vivificarlo attraverso delle vere e proprie
costruzioni di senso che permettono al testo filmico di presentarsi
come un discorso narrativo articolato e ricco di significanti; in
quest'ottica, uno degli strumenti privilegiati per la produzione
di senso risulta senza dubbio il montaggio, attraverso il quale
si giunge appunto all'interpretazione semantica del reale, per cui
ad ogni unità filmico- linguistica corrisponde, sul piano
interpretativo, un preciso segno portatore di uno o più significati.
E in relazione al montaggio "connotativo" il contesto
in cui sono inserite le immagini si rivela determinante. Esempio
lampante (purtroppo soltanto teorico, visto che non è pervenuto
il filmato in questione) è il cosiddetto "effetto Kulesov",
dal nome del suo ideatore. Vsevolod Pudovkin, famoso regista russo
degli anni 30, così racconta lo svolgimento di questo famoso
esperimento:
Prendemmo
da alcuni vecchi film alcuni primi piani del celebre attore Mozzuchin
e li scegliemmo statici e tali che non esprimessero alcun sentimento.
Unimmo poi questi primi piani, che erano del tutto simili, con altri
pezzi di pellicola in tre diverse combinazioni.
Nel primo caso, il primo piano di Mozzuchin era immediatamente seguito
dalla visione di un piatto di minestra sopra un tavolo; ed era cosa
ovvia e sicura che l'attore guardava quella minestra. Nel secondo
caso, la faccia di Mozzuchin era seguita da una bara nella quale
giaceva una donna morta. Nel terzo era seguito da una bambina che
giocava con un buffo giocattolo raffigurante un orsacchiotto. Quando
mostrammo i risultati ad un pubblico non prevenuto e totalmente
ignaro del nostro segreto, ottenemmo un risultato tremendo. Il pubblico
delirava di entusiasmo per la bravura dell'artista. Era colpito
dall'alta pensosità con cui egli guardava la minestra, era
scosso e commosso dalla profonda afflizione con cui guardava la
donna morta, era ammirato dal luminoso sorriso con cui guardava
la bambina. Ma noi sapevamo che in tutti e tre i casi la faccia
era la stessa.
L'"effetto
Kulesov" dimostra chiaramente come l'associazione di due immagini
può produrre un senso diverso da quello che ognuna di esse
possiede presa in sé e per sé. E' quanto, a livello
più generale (contenutistico, non meramente tecnico), abbiamo
cercato di dimostrare per La Ricotta. Unire l'immagine o
il segmento filmico B ad A può far sì che A venga
interpretata dallo spettatore in un modo inedito, talvolta sorprendente,
visto che un'immagine, caratterizzandosi per la sua funzione precipua
di produttrice di senso, può contenere diversi significati,
prestandosi così ad un'interpretazione, ad una lettura di
tipo connotativo che non si esaurisce nella dimensione della univocità.
(Ringrazio
Silvia Bennati per l'effetto Kulesov)
per informazioni: ventodirovaio@gmail.com
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